sabato 25 luglio 2009

La Madre di Tutte le Ortensie

Vicino alla Piazza dei Miracoli c'è un piccolo alloggio un po' sfortunato, a cui nessuno ha mai voluto bene. Posizione troppo appetibile per affittarlo, metratura troppo scarsa per pensare di stabilircisi con una famiglia. In diversi ne hanno fatto un investimento e poi l'hanno abbandonato a se stesso lasciandolo vuoto fino all'arrivo di un acquirente.

Nessuno ci ha mai vissuto, credo. Almeno negli ultimi trent'anni, credo.

Poi, nel novantasette, sono arrivato io, nuovo proprietario. Ho voluto portone e finestre blindate e una cassaforte. Ho tolto l'addolcitore e ho installato delle zanzariere. Ho buttato giù una porta e unito due stanze.

Ho creato un bel giardinetto, con rose rampicanti e un'ortensia bellissima, la madre di tutte le ortensie. Ho tolto i neon e installato delle vere luci, ho appeso dei quadri alle pareti. Ho installato l'antenna della TV, ho portato il telefono. Un pilozzo per lavare i panni e i fili per stendere il bucato.

Ho ingaggiato una padrona di casa in carne e ossa: una signorina di ventidue anni che ne ha fatto il suo piccolo regno personale; che l'ha arredata e lucidata fino a consumarsi i gomiti e che ha voluto le tende arancioni e la finestra del bagno lilla; che compra delle polo arancioni e delle t-shirt lilla anche per me e che ha lastricato parte del pavimento con decine di conchiglie.

Ci ho portato un ventotto pollici. Due stereo, quattro casse (tra le quali due bestioni autocostruiti da un metro l'uno). Due computer, uno dei quali raffreddato a acqua quando ancora non era di moda e si usavano i radiatori delle motociclette. videoregistratore su HD, una playstation usata quasi mai. Una stazioncina meteo Oregon Scientific. Tanti tanti libri, e Heavy Metal a strafottere.

Ci ho portato soprattutto la vita, o forse è la vita che mi ha portato lì. Ci hanno portato il loro affetto tantissimi amici; quelli che suonavano forte il campanello giallo con i cognomi scritti in blu... un po' sbiaditi, mannaggia alle stampanti a getto. Cene, pranzi, feste, lo studio, il lavoro, l'amore, i litigi.

Me ne sono andato un milione di volte. Me ne sono andato sempre: se non stavo arrivando, allora stavo partendo. Per Torino, per la Germania, per l'Olanda, per milioni di altri posti e sono sempre tornato. Tutte le settimane, quando potevo. Per otto anni.

Due settimane fa ho iniziato a svuotare la cucina e poi ho portato via tavoli e sedie. Pure i divani dell'Ikea, che, se si alzano i teli etnici, lo vedono tutti, che sono rossi. Via i letti, le cassapanche e tutto il caos organizzato che stava sotto il letto. Via le mensole, via tutto. Via quella specie di ruota di scorta che doveva essere una poltrona. Via, via, via.

Ci ho portato dei signori, ieri sera. Era vuota come dodici anni fa. Era vecchia, come dodici anni fa. Era triste, come dodici anni fa. Però più stanca. Come sa essere stanco chi assaggia la felicità e poi la riperde.

Questa è la chiave di... quest'altra è la chiave di... la caldaia funziona così... quel genere di cose. Questo è il trucco per serrare la finestra, quest'interruttore non funziona, questa maniglia non è troppo salda... fin quando mi è parso di sentire distintamente la casa chiedermi se stessi facendo sul serio, con la dignità delle amanti tradite che non ti direbbero mai, ma che alla fine ti dicono sempre.

L'ho lasciata sola e nessuno le vorrà più bene per un bel po'. Me ne sono andato restando sull'uscio per un tempo senza fine; guardando dentro, mentre i nuovi proprietari si acclimatavano viaggiando da una stanza all'altra. Sapevo per certo che il letto non c'era più, ma non riuscivo ugualmente a staccare gli occhi da quella signorina ventiduenne che mi sorrideva, posando sulle coperte blu oppure saltando sul materasso, e che (senza dubbio alcuno) sarebbe rimasta in quella stanza e nel novantasette.

giovedì 30 ottobre 2008

Maria

Ieri, ad Atrani, abbiamo dato l'estremo saluto a Maria. Alcuni tra coloro che passano di qui sanno benissimo chi fosse. Per gli altri, era una collega particolarmente cara sia a me che a Bertinik, Andrea, Luca, Grub e tutto il nostro gruppo di lavoro.

Recentemente Maria mi aveva dato in prestito un paio di libri.

Il primo è il suo libro preferito in assoluto "Il Maestro e Margherita" di Michail Bulgakov, un rivoluzionario racconto (si svolge su due diversi livelli narrativi e vari piani spazio temporali), dalla genesi travagliata, dapprima bruciato, poi censurato, ma che alla fine è riuscito a venire alla luce in una versione decorosa nonostante Bulgakov morisse prima di riuscirgli a dare una veste definitiva. Forse il capolavoro della letteratura russa del novecento.

L'altro è il recente "La Solitudine dei Numeri Primi" di Paolo Giordano, giovane fisico torinese. Il libro è un'opera prima di grande successo, pluripremiata. L'autore ha la prosa scarna ed una certa difficoltà nel tratteggio dei personaggi tipica di chi ha una formazione scientifica. Il romanzo narra le vicende di una serie di personaggi piuttosto squallidi. Anche questa è una storia d'amore che vede protagonisti un ragazzotto (geniale ma imbranato, mezzo autistico e tendente all'autolesionismo) e una ragazza (stronzetta e anoressica) che, per tutto il corso della storia divengono più e più antipatici (nel senso più squisitamente letterale del termine). Intorno a questi due, si muovono altri personaggi fortemente stereotipati (l'amico gay; l'amica di buona famiglia bulletta dei poveri; una nutrita corte di adulanti puttanelle quindicenni), che concorrono comunque a creare una storia alla fine molto poco realistica ma tutto sommato godibile.

I due continuano a cercarsi e non prendersi (come il titolo del romanzo suggerisce) e l'effetto telenovela è inevitabile. Comunque la costruzione dell'opera è attenta e minuziosa e una certa coerenza interna è innegabile, a prescindere da qualche sbavatura, propria delle opere prime. Autore esordiente ma promettente.

Entrambi i libri hanno suscitato in Maria emozioni molto forti, specialmente il primo. Se la cosa vi fa piacere, leggételi.

mercoledì 10 settembre 2008

Sillogismi

La geniale espressione romana "E 'sti cazzi?!" che la regola dell'arte vuole si pronunci a metà tra l'esclamativo e l'interrogativo, esattamente come "E con ciò?!" oppure "E chi se ne frega?!" (espressioni di cui condivide il significato), è stata adottata, negli ultimi anni, un po' in tutta Italia; purtroppo mutandone la pronuncia nell'orribile esclamativo puro "Sticazzi!" e viene erroneissimamente utilizzata per esprimere stupore, in sostituzione, per esempio, di "Perbacco!".

È una cosa che non riesco proprio a tollerare. Per esempio: incontrate un romano e quello vi racconta che:
"Ho lasciato lo scooter un attimo per comprare le sigarette e quando sono tornato non c'era più. Un minuto soltanto e già me l'avevano rubato". Voi replicate con un: "Sticazzi!" convinti di aver espresso solidarietà (volevate dire "Oh, che disgrazia!") e invece, nella sua corretta interpretazione di romano, lui capisce che gli avete piantato sul muso un bel "Non mi frega un accidente di te, né del tuo fottuto motorino". Vi volterà le spalle e se ne andrà, magari dopo avervi assestato un bel cazzottone sul grugno e voi non capirete mai il perché. Avreste dovuto usare l'apposito: "Me cojoni?!" che è traduzione letterale del retorico: "Stai scherzando, vero?", ma che viene interpretato talvolta anch'esso come espressione di stupore. Spesso è l'incomunicabilità, a creare incomprensioni tra i popoli.

Degna di nota è anche l'elevata diffusione al Nord dell'esclamazione
"Minchia!", di origine ovviamente siciliana e che ho rilevato con enorme sorpresa essere utilizzata moltissimo sia a Torino che a Milano. Credo che sia diffusa per la forte immigrazione e, soprattutto, per la sua diabolica efficacia nel radicarsi nel bagaglio vocabolare delle persone.

Dopo le mie prime settimane al Nord, mio malgrado, anch'io ho sostituito tutte le mie esclamazioni con questa qui, con il risultato che, quando nel weekend rientravo in Toscana (dove
"Minchia!" non è assolutamente diffuso), amici e familiari hanno iniziato a manifestarmi il proprio disappunto. Effettivamente "Minchia!", quando non siete abituati, suona davvero molto volgare. Dapprincipio tentavo di giustificarmi ("Ecco, è che, siccome lavoro a Milano...") riuscendo a peggiorare ulteriormente la mia posizione, perchè, in Toscana, non è facile credere che i milanesi includano "Minchia!" tra le loro esclamazioni preferite. Più di recente, con un po' di forza di volontà, sono riuscito ad escludere detta esclamazione dal mio vocabolario.

Sfortunatamente, mia moglie, solo per aver tenuto qualche conversazione con me nel fine settimana, ne è uscita inevitabilmente contagiata, e ho motivo di ritenere che sia adesso l'unica signora toscana che infarcisca frequentemente con un vigoroso
"Minchia!" i suoi discorsi, verosimilmente facendo rizzare i capelli agli interlocutori.

Infine rimasi sorpreso dall'abuso del turpiloquio che si fa a Milano in ogni sede e livello. Ho sentito usare correntemente parolacce in riunioni aziendali, riunioni tra clienti e fornitori (anche piuttosto formali) e persino nei colloqui di lavoro, cosa che in Toscana non mi era mai capitata. E, soprattutto, ho fatto conoscenza con il micidiale
Sillogismo Milanese Ristretto, che modifica il più noto Sillogismo Categorico così:

Premessa Maggiore + "Figa!" + Premessa Minore + "Cazzo!" + Conclusione

Per esempio:
"Tutti gli uomini sono mortali. Figa! ma Socrate è un uomo. Cazzo! allora Socrate è mortale".

Quasi tutti i discorsi dei milanesi sono strutturati però secondo il
Sillogismo Milanese Generalizzato, che estende impropriamente quello Ristretto perché la conclusione non è per forza rigidamente derivata dalle premesse tramite le consuete regole di inferenza, ma, al contrario, può limitarsi a contribuire al discorso con informazioni del tutto nuove e sorprendenti. Si definisce come:

Prima Affermazione + "Figa!" + Seconda Affermazione + "Cazzo!" + Terza Affermazione

Per esempio:
"Ieri ho fatto il tagliando all'automobile. Figa! mi hanno obbligato a comprare dei nuovi pneumatici. Cazzo! un treno di gomme seicento euro."

E questo, in conclusione, evidenzia come i milanesi abbiano necessariamente maturato, probabilmente per selezione naturale, il raro talento di esaurire ogni argomentazione in tre frasi e due esclamazioni e di come, in tali argomentazioni, le conclusioni siano solitamente indipendenti dalle premesse.

domenica 7 settembre 2008

La Busutta

Dietro la casa dei miei genitori, situata a meno di due chilometri dalla città, e a cinque chilometri esatti dal centro cittadino c'era, fino a qualche anno fa, una meravigliosa campagna (e anche l'argine del fiume, sicuro), oggi solo un po' erosa dalla continua costruzione di villette e dalla trasformazione del paesello in quella che da alcuni immobiliaristi ho sentito chiamare la Beverly Hills pisana.

Più passa il tempo, più i ruspanti paesani vengono sostituiti da medio o alto borghesi provenienti da ogni angolo d'Italia, di quelli dal reddito tale da potersi permettere sistemazioni da un minimo di mezzo milione di euro in su.

L'appartamento dei miei, ritagliato da un secolare piccolo convento, trent'anni fa completamente fatiscente, si interfaccia con tale campagna per mezzo di una bella terrazza, felice intuizione di mio padre al momento della progettazione dei restauri. La terrazza, durante la notte, è terreno di conquista per tutti i gatti del vicinato e, qualche volta, è stato punto di approdo per cuccioli abbandonati alla ricerca di un punto di riferimento.

In configurazione massima, ci siamo trovati a permettere l'approdo a cinque gatti, tre di famiglia e uno/due ospiti. Per evitare la creazione di una vera e propria colonia, ognuno dei familiari si è impegnato, per anni a spaventare e mettere in fuga tutti quelli che mostravano di volersi stabilire, cosa che ci ha sempre richiesto un certo impegno.

Nel febbraio del 1993 una splendida gattina bianca, poco più che una cucciola ma già tanto grossa quanto il nostro maestoso gatto ammiraglio Apollo, si presentò sul nostro terrazzo dandoci molto filo da torcere. Diversamente da tutti gli altri randagi, che tentavano di stabilirsi sul terrazzo, dandosela precipitosamente a gambe alla vista di un bipede, questa micetta continuava a miagolare con insistenza finché non riusciva a richiamare l'attenzione di qualcuno.

Quando ci si presentava fuori per metterla in fuga, la gatta si produceva in tutta una serie di feste e moine del tutto al di fuori del convenzionale, strusciandosi alle gambe dell'umano e girandogli intorno, di fatto impedendogli i movimenti e miagolando con tanta insistenza che il miagolio successivo dava la netta sensazione di iniziare prima ancora che finisse il precedente.

Fui personalmente tanto conquistato che ne caldeggiai l'ingresso ufficiale in famiglia. Delle decine di gatti passati da lì non avevo mai visto un carattere così particolare, nè un'indole tanto affettuosa e giocherellona. I miei genitori erano di parere opposto, ma non riuscivano a metterla in fuga.

Un giorno forzai il blocco e le permisi di entrare in casa, cosa che la gatta tentava continuamente di fare nonostante le opposizioni di buona parte della famiglia. Nel giro di poche ore, si ambientò benissimo e mostrò di essere in grado di starsene accoccolata sulle mie gambe per l'intera durata di una partita di calcio.

La cosa non piacque ai miei genitori, che, la mattina successiva la infilarono in auto e la portarono lontano, associandola ad una storica e pacifica colonia di gatti di nostra conoscenza. La sera stessa si erano già pentiti e ripartirono per andarla a recuperare, senza trovarla.

Iniziò, in casa mia, un periodo paradossale ed un po' grottesco, dove tutti rientravano dai propri impegni ed uscivano furtivamente e misteriosamente di casa senza dire dove fossero diretti e perchè, limitandosi a dire che avevano voglia di far due passi in giro e che sarebbero tornati dopo un'oretta o giù di lì.

Nessuno di noi trovò la gatta. Però, dopo venticinque giorni, una mattina fui svegliato dal noto incessante miagolio e mi precipitai in cucina giusto in tempo per vedere la gatta entrare dalla finestra aperta (smunta, dimagrita e con qualche piccola ferita), e rifocillarsi mangiando una quantità impensabile di crocchette e bevendo acqua apparentemente senza fine. Si fece una gran festa e nessuno ha mai più parlato di cacciarla via.

Qualche giorno dopo, la gatta assistette, accoccolata sulle mie gambe, ad una intera partita di calcio tra Italia e Malta. I maltesi perdevano per sei reti a zero, quando il loro capitano storico, un tale Busuttil che sembrava essere molto più bravo degli altri, segnò la rete della bandiera per la sua squadra.

Dopo tale episodio, la gatta, come se avesse visto tutto quello che le interessava vedere, scese dalle mie gambe ed andò a dormire altrove. In onore dell'episodio e della sua simpatia per Busuttil, l'abbiamo chiamata Busuttina, e quindi Busutta, per l'intera serata. E abbiamo continuato per i successivi quindici anni, visto che la Busutta è una di quelle gatte che amano rispondere alle chiamate miagolando forte e agitando la coda, sempre.

La Busutta si è resa protagonista, in questi quindici anni, di una serie infinita di aneddoti ed ha condiviso la storia della nostra famiglia come uno qualunque dei suoi componenti umani. Ma il suo nome ridicolo ha sempre suonato come qualcosa di temporaneo, come se, prima o poi, qualcuno sarebbe stato destinato ad uscirsene con un nome più decoroso.

Non faremo più in tempo. Da qualche giorno, la Busutta se ne sta ferma e buona, in un angolo della casa, incapace di muoversi più. Ogni tanto trova giusto la forza per voltarsi sull'altro fianco, rinviando ancora per un po' l'inevitabile, a dispetto di reni e fegato che si sono già messi a riposo da una settimana. Però, se le giri intorno, le fai due coccole e, soprattutto, se la chiami, non può fare proprio a meno di agitare ancora la coda con lo stesso vigore dei tempi belli e tenta anche, senza troppo successo, di miagolare.

Ancora per qualche giorno solamente, ma ancora Busutta. Ancora per sempre.

venerdì 22 agosto 2008

Il Carosello di Mario

Mario ricordava alcune cose, e altre no. Ricordava, per esempio, che quel buio bilocale un po' tetro era sicuramente casa sua e che quella vecchia credenza in fòrmica, che aveva quasi quarant'anni, faceva parte dell'arredamento della casa dove aveva vissuto da bambino. Ricordava, per esempio, che dal bilocale non poteva assolutamente uscire anche se, curiosamente, non riusciva a ricordarne il motivo.

Non ricordava, per dirne una, quando fosse stato all'aperto per l'ultima volta e non ricordava, per dirne un'altra, neanche come fosse composto il resto dell'appartamento né come fosse fatto il mondo fuori da casa sua. Curiosamente, la cosa non lo inquietava affatto.

Si alzò dal divano. Girò un po' avanti e indietro per la stanza, che era priva di finestre, ed entrò in camera. Dietro il grande letto matrimoniale c'era una finestra altrettanto larga, che occupava l'intera parete e che era stata coperta con una tenda. La poca luce che filtrava lateralmente finiva per illuminare la cucina più che la camera da letto, che era pertanto molto più buia dell'altra stanza.

Di fianco al letto c'era una porta, che Mario immaginò (o, forse, ricordò) comunicare con l'appartamento di qualcun altro, a lui probabilmente sconosciuto. Aprì la porta e fu accecato da una forte luce proveniente dalla stanza attigua. Era una camera in perfetto ordine, gemella della sua, con un grande letto ammantato di una leggera coperta estiva, beige (quasi nocciola), che ricordava una spiaggia. La camera dava su un lungo corridoio, di cui Mario non vedeva la fine, ma sentiva in lontananza urla e voci di persone che si chiamavano l'un l'altro e iniziavano a correre verso di lui. Man mano che i passi si avvicinavano, Mario decise che sarebbe stato molto meglio tornare nel suo appartamento e si chiuse la porta a chiave alle spalle.

C'era ancora un'ultima porta, ai piedi del letto. Mario intuì (o, forse, ricordò) che quella porta conduceva alla stanza da bagno, e si risolse ad aprirla. La stanza da bagno era piuttosto piccola e buia, e non aveva finestre. La metà sinistra era vuota, mentre sulla destra si trovava il solo water closet. La pavimentazione, brutte mattonelle rosse da esterni, era completamente sconnessa e c'erano molti buchi. Alcune mattonelle erano rotte, altre divelte e ammonticchiate qua e là. Non si poteva entrare.

Il water closet non aveva sedile né tavoletta ed era sporco. Escrementi saltavano ogni tanto fuori dal water closet per poi rituffarvisi dentro e sparire via. Dai buchi nel pavimento, si intravedevano tubature trasparenti che componevano spettacolari ottovolanti in cui gli escrementi scorrevano rapidissimi. L'intera stanza era percorsa dalle tubature, che, ogni tanto, salivano in superficie. La circolazione degli escrementi era ordinatissima e bene organizzata e non c'era fuoriuscita di materiale neanche nei molti tratti del circuito che si trovavano scoperti.

Mario chiuse la porta del bagno alle sue spalle. Sapeva che non poteva uscire di casa ma ancora non ricordava il perché e decise di fare un tentativo.

Attraversò con decisione la camera e si avviò a tornare in cucina, ma non poté entrare. Il pavimento non era più al suo posto, sostituito dall'allegro carosello di operosi escrementi che aveva appena incontrato nella stanza da bagno. Anche le pareti erano diventate trasparenti e contenevano tubature altrettanto trasparenti che lasciavano intravedere una impeccabile circolazione, come fossero le vene di un organismo vivente. Ognuno degli stronzi sembrava sapere benissimo da dove veniva, dove stava andando e perché, mentre viaggiava su binari creati, apparentemente dal nulla, per lui e per tutti gli altri come lui, da lui praticamente indistinguibili.

In definitiva, nella casa di Mario c'era merda dappertutto, e non c'era modo di uscirne. Per un attimo, fu tentato di aprire di nuovo la porta che dava nella camera dei vicini, ma poi si infilò nel letto, intenzionato ad addormentarsi. Però troppa luce continuava a filtrare dalla finestra alle sue spalle, e Mario, per l'intero pomeriggio, continuò a tirare la tenda, troppo corta, quando da un lato, quando dall'altro.

Sporadicamente, la luminosità si faceva talmente intensa da non dargli altra possibilità ragionevole che quella di abbandonare il letto, ma Mario restò stoicamente coricato con la coperta ben tirata fin sopra i capelli, pur senza riuscire mai ad addormentarsi, se non per qualche manciata di minuti ogni tanto. Al sopraggiungere della notte, l'uomo trovò finalmente pacifico ristoro nel sonno, così come il carosello continuava altrettanto pacificamente ad andare avanti (o forse no).

sabato 16 agosto 2008

I Had A Dream!

Timo Tolkki è un chitarrista finlandese di ispirazione neoclassica. Come il più tecnico (ma assai meno creativo) Yngwie Malmsteen, Tolkki è uno di quei musicisti Rock che rivendicano l'eredità di certi virtuosi del passato, da Paganini a Vivaldi, passando per buone dosi di Bach e un pizzico di Mozart quando serve. Il suo progetto musicale, non a caso chiamato Stratovarius (un tenore, Timo Kotipelto, alla voce e clavicembalo a volontà), è stato uno dei gruppi di Power Metal più ispirati degli anni '90 e uno di quelli che mi hanno riportato a credere nella vitalità del Rock quando la tendenza a raschiare il fondo del barile ricercando espressioni artistiche alternative (Rage Against The Machine, Red Hot Chili Peppers, Faith No More, Extreme, Living Colour e chi più ne ha più ne precipiti nell'oblìo) o minimaliste (l'intero fenomeno grunge, dai Nirvana ai Soundgarden, passando per gli Alice In Chains o i Pearl Jam) mi avevano dato l'infausta certezza che si fosse ormai arrivati alla frutta.

Timo Tolkki è uno dei personaggi più discussi del panorama musicale mondiale. Dipinto dai suoi compagni di lavoro come un despota, a volte anche accusato di simpatie per l'ideologia nazista, Tolkki ha subìto un tentato omicidio, ha a sua volta tentato il suicidio, ha attraversato un lungo periodo di disordine mentale (e successiva altrettanto lunga riabilitazione) e sciolto gli Stratovarius per ben due volte (l'ultima delle quali lo scorso anno), lamentando che, ormai, fossero diventati una sterile macchina da soldi. Nell'occasione, dopo una spettacolare polemica, ha letteralmente regalato ai compagni tutti i diritti sul marchio Stratovarius e sul catalogo della band, in modo che potessero ancora raggranellare qualche soldo, e se ne è andato per conto suo, alla ricerca di nuovi stimoli per una ritrovata creatività artistica e la continuazione della propria carriera.

Lo scorso sabato mattina, stavo sognando qualcosa di assai improbabile: Timo Tolkki aveva accettato di suonare un breve tour di tre date in altrettanti piccoli locali della provincia italiana, spalleggiato da privilegiati musicisti indigeni, tra cui il valido Pier Gonella (chitarrista dei Labyrinth), presumibilmente per un pubblico di pochi intimi e senza pretendere significativo compenso. Alle nove e trenta, mia moglie mi ha svegliato, per dirmi che, già desta da un'ora e mezza, si stava annoiando.

Come in ogni occasione in cui non capisco bene cosa vada cercando, ho compiuto il mio dovere coniugale di buon marito e, successivamente, ho approfittato per riaddormentarmi. Ho sognato un Timo Tolkki, rigenerato e sorridente, che si divertiva come un bambino proponendo un intero concerto degli Stratovarius (più qualcosa della sua nuova band Revolution Renaissance) davanti a non più di un centinaio di persone in delirio, molte delle quali continuavano istericamente a chiedergli di suonare il suo pezzo più noto, Paradise. Tipo così: "Next song (suonaci Paradise!) is a very important song for me (suonaci Paradise!) and talks about a woman (suonaci Paradise!) and a relationship which lasted for about 11 years (suonaci Paradise!) that means about 4000 nights and left me with a badly broken heart (suonaci Paradise!). But you know that's life and you have to carry on (suonaci Paradise!) so we're now playing 4000 Rainy Nights (suonaci Paradise!)". Alle tredici, mia moglie mi ha svegliato di nuovo per dirmi che non aveva intenzione di passare l'intera giornata in casa. L'ho portata al mare.

Sdraiato sulla spiaggia, mi sono di nuovo addormentato e ho di nuovo sognato Timo Tolkki a quell'ipotetico, fantastico, piccolo concerto: "(suonaci Paradise!) my friend you need to calm down a little bit"; "(suonaci Paradise!) please, later"; "(suonaci Paradise!) let me please finish this song first (suonaci Paradise!)", che accennava l'Inno Alla Gioia e si apprestava, finalmente, a suonare Paradise: "My friends, are you having fun so far? (YEAH!). I guess we're finally gonna give this people what they really want. What would you like to hear as our next song? (YEAH!)". Sguardo perplesso: "I'm asking: what would you like to hear as our next song? (YEAH!) are you fucking asleep? (YEAH!) are you all idiots? (NO!)" e attaccava divertito a suonare Paradise, chiedendosi se il pubblico lo stesse prendendo in giro o proprio non capisse una parola di inglese, secondo la peggiore tradizione italiota.

Alle diciotto ho lasciato la spiaggia, me ne sono tornato a casa, ho fatto una doccia, mangiato qualcosina e alle venti ho detto a mia moglie che sarei andato a fare un po' di footing. Lei mi ha accompagnato e, rientrati in casa alle ventuno, le ho detto di fare in fretta la doccia perchè alle ventuno e trenta in punto saremmo partiti per una non meglio determinata destinazione. Nonostante le sue proteste, l'ho trascinata fuori di casa all'orario prefissato, l'ho infilata in automobile e l'ho portata, volente o nolente, fino all'Elvis Fan Club di Livorno, per vedere che faccia avrebbe fatto una volta che avesse visto Timo Tolkki in persona salire su quel piccolo palco e, forse, suonare Paradise.

lunedì 30 giugno 2008

Qualcuno ti dirà

Qualcuno ti dirà, Roberto, che è stato un errore convocare sei centrocampisti (Gattuso, Ambrosini, De Rossi, Pirlo, Aquilani, Perrotta) tutti e sei centrali, tutti e sei di piede destro. Avessi fatto il 4-4-2 te ne sarebbero serviti due. Facendo il 4-3-3 te ne serviva uno. Anche perché, l'unico centrocampista laterale (Camoranesi) che hai effettivamente convocato, l'hai spedito a fare il trequartista o l'attaccante.

Qualcuno ti dirà, Roberto, che è stato un errore (conseguente) schierare un centrocampo a tre con dei centrocampisti centrali a giocare sulle fasce.

Qualcuno ti dirà, Roberto, che è stato un errore piazzare Ambrosini e Gattuso, destri naturali e poco capaci col sinistro, giocare esterni a sinistra, ché quando andava proprio bene riuscivano appena a passare il pallone al compagno dieci metri più avanti senza metterlo in fallo laterale.

Qualcuno ti dirà, Roberto, che è stato un errore fare il 4-3-3 convocando solo tre attaccanti (Toni, Quagliarella e Borriello) e facendone giocare solo uno (due, se consideriamo i 13 minuti di Quagliarella contro la Romania).

Qualcuno ti dirà, Roberto, che è stato un errore convocare ben tre trequartisti (Cassano, Del Piero e Di Natale, tra i quali solo l'ultimo di piede mancino) per impiegarne solo uno e, oltretutto, come esterno sinistro d'attacco. E Borriello, se non ti aggradava, che te lo sei portato a fare?

Qualcuno ti dirà, Roberto, che è stato un errore arrivare fino alla fine della competizione senza saper scegliere un titolare tra Cassano, Del Piero e Di Natale e farli salomonicamente giocare un po' per uno.

Qualcuno ti dirà, Roberto, che è stato un errore fare il 4-3-3 ma considerare superfluo il convocare anche soltanto un attaccante esterno destro (se non che, forse, ci si poteva provare Quagliarella), e ovviare piazzandoci un centrocampista (Camoranesi).

Qualcuno ti dirà, Roberto, che è stato un errore, una volta compreso che un esterno destro d'attacco sarebbe stato indispensabile, cambiare, nel bel mezzo del Campionato Europeo, dal 4-3-3 al 4-3-1-2, come se due anni per decidere il modulo di gioco fossero stati pochi. E Quagliarella, se non ti aggradava, che te lo sei portato a fare?

Qualcuno ti dirà, Roberto, che è stato un errore, una volta che avevi convocato ben tre trequartisti, non sapere bene quale schierare come trequartista nel 4-3-1-2 e metterci un po' Perrotta e un po' Camoranesi, che sono invece centrocampisti (il secondo dei quali addirittura laterale).

Qualcuno ti dirà, Roberto, che è stato un errore lasciare Toni piantato nel bel mezzo dell'attacco senza mai dirgli di allargarsi un po' a destra per lasciar il congruo spazio al trequartista e lasciare Cassano giocare del tutto spostato a sinistra; come se nessuno dei due fosse stato informato che il modulo era cambiato.

Qualcuno ti dirà, Roberto, che è stato un errore (conseguente) continuare a sostituire l'inevitabilmente spaesato trequartista (Perrotta con Camoranesi e viceversa) invece di dire semplicemente a Toni che si spostasse un pochino più destra e facesse un po' di spazio.

Qualcuno ti dirà, Roberto, che è stato un errore lasciare Aquilani solitario a fronteggiare la (conseguente) voragine sulla fascia destra e, costantemente sovrastato da avversari in sovrannumero, non toccare praticamente palla.

Qualcuno ti dirà, Roberto, che è stato un errore impostare quel 4-3-3, o 4-3-1-2 che dir si voglia, schierato con attaccanti e centrocampisti tutti tendenti ad accentrarsi, con la conseguenza che il controllo delle fasce laterali è stato completamente demandato ai terzini (Zambrotta e Grosso) che, poveracci, si sono spolmonati correndo anche per buona parte dei compagni.

Qualcuno ti dirà, Roberto, che è stato un errore (conseguente) lasciare che sulle fasce laterali gli avversari fossero sempre in sovrannumero. E quando una delle due fasce è stata affidata a Panucci, l'Olanda ne ha approfittato quel tanto che serviva per mollarci tre pappine giocando sempre da quella parte lì.

Qualcuno ti dirà, Roberto, che è stato un errore, nell'imminenza dei rigori contro la Spagna, sostituire un centrocampista con un attaccante, specialista del calcio di rigore (Del Piero), trasformando il 4-3-1-2 in una sorta di 4-2-1-3, senza ulteriori correttivi tattici. Così gli ultimi dieci minuti del secondo supplementare si sono trasformati in un surreale tiro al bersaglio contro la porta italiana.

Qualcuno ti rimprovererà, Roberto, questo e molto altro (per esempio l'impiego di Materazzi, Barzagli e la fiducia incondizionata riposta in Toni). Ma non io. Io non ti biasimo, non ti do colpe e non me la prendo con te. Me la prendo invece, da due anni e pure volentieri, con quel simpatico burlone che ti ci ha piazzato, su quella panchina lì.