Vicino alla Piazza dei Miracoli c'è un piccolo alloggio un po' sfortunato, a cui nessuno ha mai voluto bene. Posizione troppo appetibile per affittarlo, metratura troppo scarsa per pensare di stabilircisi con una famiglia. In diversi ne hanno fatto un investimento e poi l'hanno abbandonato a se stesso lasciandolo vuoto fino all'arrivo di un acquirente.Nessuno ci ha mai vissuto, credo. Almeno negli ultimi trent'anni, credo.
Poi, nel novantasette, sono arrivato io, nuovo proprietario. Ho voluto portone e finestre blindate e una cassaforte. Ho tolto l'addolcitore e ho installato delle zanzariere. Ho buttato giù una porta e unito due stanze.
Ho creato un bel giardinetto, con rose rampicanti e un'ortensia bellissima, la madre di tutte le ortensie. Ho tolto i neon e installato delle vere luci, ho appeso dei quadri alle pareti. Ho installato l'antenna della TV, ho portato il telefono. Un pilozzo per lavare i panni e i fili per stendere il bucato.
Ho ingaggiato una padrona di casa in carne e ossa: una signorina di ventidue anni che ne ha fatto il suo piccolo regno personale; che l'ha arredata e lucidata fino a consumarsi i gomiti e che ha voluto le tende arancioni e la finestra del bagno lilla; che compra delle polo arancioni e delle t-shirt lilla anche per me e che ha lastricato parte del pavimento con decine di conchiglie.
Ci ho portato un ventotto pollici. Due stereo, quattro casse (tra le quali due bestioni autocostruiti da un metro l'uno). Due computer, uno dei quali raffreddato a acqua quando ancora non era di moda e si usavano i radiatori delle motociclette. videoregistratore su HD, una playstation usata quasi mai. Una stazioncina meteo Oregon Scientific. Tanti tanti libri, e Heavy Metal a strafottere.
Ci ho portato soprattutto la vita, o forse è la vita che mi ha portato lì. Ci hanno portato il loro affetto tantissimi amici; quelli che suonavano forte il campanello giallo con i cognomi scritti in blu... un po' sbiaditi, mannaggia alle stampanti a getto. Cene, pranzi, feste, lo studio, il lavoro, l'amore, i litigi.
Me ne sono andato un milione di volte. Me ne sono andato sempre: se non stavo arrivando, allora stavo partendo. Per Torino, per la Germania, per l'Olanda, per milioni di altri posti e sono sempre tornato. Tutte le settimane, quando potevo. Per otto anni.
Due settimane fa ho iniziato a svuotare la cucina e poi ho portato via tavoli e sedie. Pure i divani dell'Ikea, che, se si alzano i teli etnici, lo vedono tutti, che sono rossi. Via i letti, le cassapanche e tutto il caos organizzato che stava sotto il letto. Via le mensole, via tutto. Via quella specie di ruota di scorta che doveva essere una poltrona. Via, via, via.
Ci ho portato dei signori, ieri sera. Era vuota come dodici anni fa. Era vecchia, come dodici anni fa. Era triste, come dodici anni fa. Però più stanca. Come sa essere stanco chi assaggia la felicità e poi la riperde.
Questa è la chiave di... quest'altra è la chiave di... la caldaia funziona così... quel genere di cose. Questo è il trucco per serrare la finestra, quest'interruttore non funziona, questa maniglia non è troppo salda... fin quando mi è parso di sentire distintamente la casa chiedermi se stessi facendo sul serio, con la dignità delle amanti tradite che non ti direbbero mai, ma che alla fine ti dicono sempre.
L'ho lasciata sola e nessuno le vorrà più bene per un bel po'. Me ne sono andato restando sull'uscio per un tempo senza fine; guardando dentro, mentre i nuovi proprietari si acclimatavano viaggiando da una stanza all'altra. Sapevo per certo che il letto non c'era più, ma non riuscivo ugualmente a staccare gli occhi da quella signorina ventiduenne che mi sorrideva, posando sulle coperte blu oppure saltando sul materasso, e che (senza dubbio alcuno) sarebbe rimasta in quella stanza e nel novantasette.




